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lunedì, 23 novembre 2009

julia

Mi ricorda qualcosa

postato da: Mauri53 alle ore 15:27 | link | commenti (2)
categorie: riflessioni, video
domenica, 22 novembre 2009

taglio





in sogno, si svegliavano su una Manhattan

improvvisa, e si tiravano su da incubi di

cantine ubriachi di Tokay spietato e da orrori di

sogni di ferro della Terza Strada & inciampavano

verso lUfficio Assistenza,

che camminavano tutta la notte con le scarpe piene

di sangue su moli coperti di neve aspettando che

una porta sullo East River si aprisse su una

stanza piena di vapore caldo e di oppio,

che creavano grandi drammi suicidi in appartamenti

a picco sullo Hudson sotto azzurri fasci

antiaerei di luce lunare & le loro teste saranno

incoronate di alloro nelloblio,

che mangiavano stufato dagnello dellimmaginazione

o ingoiavano rospi nel fondo fangoso dei fiumi

di Bowery,

che piangevano sulle strade romantiche coi carretti

pieni di cipolle e musica scassata,

che sedevano in casse respirando al buio sotto il

ponte, e si alzavano per fare clavicembali nelle

loro soffitte,

che tossivano al sesto piano di Harlem incoronati

di fiamme sotto il cielo tubecolare circondati

da teologia in cassette di frutta

che scarabocchiavano tutta la notte in un rock and roll

su incantesimi da soffitta destinati a diventare

nella mattina giallastra strofe di assurdo,

che cuocevano animali marci polmoni cuori code

zampe borsht & tortillas sognando il puro

reame vegetale,

che si buttavano sotto furgoni di carne in cerca di

un uovo,

che buttavano orologi dal tetto per gettare il loro

voto allEternità fuori del Tempo, & per un

decennio dopo le sveglie cadevano ogni giorno

sul loro capo,

che si tagliavano i polsi tre volte di seguito senza

seguito, rinunciavano ed erano costretti ad aprire

negozi di antiquariato dove credevano di

invecchiare e piangevano,

che venivano arsi vivi nei loro innocenti vestiti di

flanella sulla Madison Avenue tra esplosioni di

versi di piombo e il frastuono artificiale dei ferrei

reggimenti della moda & gli strilli alla nitroglicerina

dei finocchi della pubblicità & liprite

di sinistri redattori intelligenti, o venivano investiti

dai taxi ubriachi della Realtà Assoluta,

che si buttavano dal ponte di Brooklyn questo è successo

davvero e se ne andavano sconosciuti e dimenticati

tra la foschia spettrale di Chinatown

minestra vicoli & autopompe, neanche una birra gratis,

che cantavano disperati dalle finestre, cadevano dal

finestrino della sotterranea, si buttavano nello sporco

Passaic, saltavano su negri, piangevano lungo

tutta la strada, ballavano scalzi su bicchieri rotti

spaccavano nostalgici dischi Europei di jazz tedesco

del 30 finivano il whisky e vomitavano rantolando

nel cesso insanguinato, nelle loro orecchie

gemiti e lesplosione di colossali sirene,

che rantolavano giù per le autostrade del passato andando

lun laltro verso lhotrod-Golgotha di

veglia solitudine-prigione o lincarnazione del

jazz di Birmingham,

che guidavano est-ovest settantadue ore per sapere

se io avevo una visione o tu avevi una visione

o lui aveva una visione per scoprire lEternità,

che andavano a Denver, che morivano a Denver,

che ritornavano a Denver & aspettavano invano,

che vegliavano a Denver & meditavano senza

compagni a Denver e infine se ne andavano per

scoprire il Tempo, & ora Denver ha nostalgia dei suoi eroi,

che cadevano in ginocchio in cattedrali senza speranze

pregando per lun laltro salvezza e luce e seni, finché

lanima si illuminava i capelli per un attimo,

che si sfondavano il cervello in prigione aspettando

criminali impossibili dalla testa bionda e il fascino

della realtà nei loro cuori che cantavano

dolci blues a Alcatraz,

che si ritiravano in Messico per conservarsi alla droga,

o a Rocky Mount per il tenero Buddha o a

Tangeri a ragazzini o alla Southern Pacific

per la locomotiva nera o a Harvard o a Narciso

o a Woodlawn alle orge o alla fossa,

che chiedevano prove di infermità mentale accusando

la radio di ipnotismo & venivano lasciati con la

loro pazzia & le loro mani & una giuria incerta,

che al CCNY buttavano patate in insalata ai conferenzieri

sul Dadaismo e poi si presentavano sui

gradini di pietra del manicomio con teste rapate

e discorsi arlecchineschi di suicidio, chiedendo

unimmediata lobotomia,

e invece venivano sottoposti al vuoto concreto o

insulina metrasol elettricità idroterapia psicoterapia

terapia educativa ping-pong e amnesia,

che in malinconica protesta rovesciavano un unico

simbolico tavolo da ping-pong, riposando un

poco in catatonia,

ritornando anni dopo proprio calvi eccetto una parrucca

di sangue, e lacrime e dita, al visibile destino

da pazzo delle corsie della città-manicomio dellEst,

fetidi corridoi di Pilgrim State Rockland e Greystone,

litigando con gli eco dellanima, rockrollando

nella mezzanotte solitudine-panca dolmen- reami

dellamore, sogno della vita un incubo, corpi

ridotti pietra pesanti come la luna,

con mamma finalmente ..., e lultimo libro fantastico

scaraventato dalla finestra, e lultima porta chiusa

alle 4 del mattino e lultimo telefono sbattuto

in risposta contro il muro e lultima stanza

ammobiliata svuotata fino allultimo pezzo di

mobilia mentale, un rosa di carta gialla attorcigliata

su una gruccia di fil di ferro nellarmadio,

e perfino essa immaginaria, nientaltro che

un pezzetto di speranza nellallucinazione

ah, Carl, mentre tu non sei al sicuro io non sono al

sicuro, e ora sei davvero nel totale brodo animale

del tempo

e che dunque correvano per le strade gelate ossessionati

da un lampo improvviso dellalchimia delluso

dellellisse il catalogo il metro & i piani

vibranti,

che sognavano e facevano abissi incarnati nel Tempo

& lo Spazio mediante immagini contrapposte, e

intrappolavano larcangelo dellanima tra 2 immagini

visive e univano i verbi elementari e

sistemavano insieme il sostantivo e il trattino

della coscienza sobbalzando alla sensazione del

Pater Omnipotens Aeterni Deus

per ricercare la sintassi e la misura della povera prosa

umana e fermarvisi di fronte muti e intelligenti

e tremanti di vergogna, ripudiati ma con

anima confessa per conformarsi al ritmo del

pensiero nella sua testa nuda e infinita,

il pazzo vagabondo e angelo battuto nel Tempo,

sconosciuto, ma dicendo qui ciò che si potrebbe

lasciar da dire nel tempo dopo la morte,

e si alzavano reincarnati nei vestiti spettrali del jazz

allombra tromba doro della banda e suonavano

la sofferenza per amore della nuda mente dAmerica

in un urlo di sassofono elai elai lamma lamma

sabacthani che faceva tremare le città

fino allultima radio

col cuore assoluto della poesia della vita macellato

dai loro corpi buono da mangiare per mille anni.

 

 


postato da: Mauri53 alle ore 22:17 | link | commenti (1)
categorie: segnalazioni, riflessioni, usa , beat generation, poesie firmate

La razza in estinzione



Non mi piace la finta allegria Non sopporto neanche le cene in compagnia E coi giovani sono intransigente Di certe mode, canzoni e trasgressioni Non me ne frega niente. E sono anche un po' annoiato Da chi ci fa la morale Ed esalta come sacra la vita coniugale E poi ci sono i gay che han tutte le ragioni Ma io non riesco a tollerare Le loro esibizioni. Non mi piace chi è solidale E fa il professionista del sociale Ma chi specula su chi è malato Su disabili, tossici e anziani È un vero criminale. Ma non vedo più nessuno che s'incazza Tra tutti gli assuefatti della nuova razza E chi si inventa un bel Partito Per il nostro bene Sembra proprio destinato A diventare un buffone. Ma forse sono io che faccio parte Di una razza In estinzione. La mia generazione ha visto Le strade, le piazze gremite Di gente appassionata Sicura di ridare un senso alla propria vita Ma ormai son tutte cose del secolo scorso La mia generazione ha perso. Non mi piace la troppa informazione Odio anche i giornali e la televisione La cultura per le masse è un'idiozia La fila coi panini davanti ai musei Mi fa malinconia. E la tecnologia ci porterà lontano Ma non c'è più nessuno che sappia l'italiano C'è di buono che la scuola Si aggiorna con urgenza E con tutti i nuovi quiz Ci garantisce l'ignoranza. Non mi piace nessuna ideologia Non faccio neanche il tifo per la democrazia Di gente che ha da dire ce n'è tanta La qualità non è richiesta È il numero che conta. E anche il mio Paese mi piace sempre meno Non credo più all'ingegno del popolo italiano Dove ogni intellettuale fa opinione Ma se lo guardi bene È il solito coglione. Ma forse sono io che faccio parte Di una razza In estinzione. La mia generazione ha visto Migliaia di ragazzi pronti a tutto Che stavano cercando Magari con un po' di presunzione Di cambiare il mondo. Possiamo raccontarlo ai figli Senza alcun rimorso Ma la mia generazione ha perso. Non mi piace il mercato globale Che è il paradiso di ogni multinazionale E un domani state pur tranquilli Ci saranno sempre più poveri e più ricchi Ma tutti più imbecilli. E immagino un futuro Senza alcun rimedio Una specie di massa Senza più individuo E vedo il nostro Stato Che è pavido e impotente È sempre più allo sfascio E non gliene frega niente E vedo una Chiesa Che incalza più che mai Io vorrei che sprofondasse Con tutti i Papi e i Giubilei. Ma questa è un'astrazione È un'idea di chi appartiene A una razza In estinzione.



Dedicata ad una amica

postato da: Mauri53 alle ore 14:21 | link | commenti (3)
categorie: riflessioni, beat generation
sabato, 31 ottobre 2009

Pegli


postato da: Mauri53 alle ore 09:08 | link | commenti (2)
categorie: video
venerdì, 18 settembre 2009

PFM


Una delle canzoni più belle del panorama musicale italiano

postato da: Mauri53 alle ore 18:41 | link | commenti (4)
categorie:
mercoledì, 28 gennaio 2009

Memoria






SHEMÀ



Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo,

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d'inverno.


Meditate che questo è stato


Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi:

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi.


Primo Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi 1956

postato da: Mauri53 alle ore 14:44 | link | commenti (9)
categorie: poesie firmate
mercoledì, 26 novembre 2008

Forse....

Chissà perchè mi è tornato questo.....???

postato da: Mauri53 alle ore 22:44 | link | commenti (5)
categorie: canzoni, video

Tantu pe' dine una.....

Stasera ho voglia di scrivere di una parola

                                                        Belin


Belìn è un termine che costituisce un intercalare tipico della lingua ligure, comunemente utilizzato dai liguri anche in italiano.
La parola è, in particolare, caratteristica del Genovese, del Savonese, dell'Imperiese e dello Spezzino. Indica l'apparato genitale maschile, il pene, qui con la valenza ancor più esplicita e volgare di cazzo (anche se con una sfumatura sovente più ironica e meno pungente del termine italiano, spesso usata con tono goliardico o anche familiare). Il termine ricorre anche in molte canzoni dialettali genovesi. È usato anche in alcune zone del Piemonte e della bassa Lunigiana, specie nelle zone di confine con la val di Magra.
È – in ogni caso – l'interiezione o esclamazione più usata nella lingua ligure tanto nel dialetto genovese che in quelli parlati nel Savonese e nello Spezzino. Può assumere tono affermativo, risentito, solenne, stupito, iroso, sconsolato, beffardo, e altro ancora.

Etimologia

Sembra che la parola derivi da Belanu (o Belenos, Belemnus), divinità protoceltica della fecondità e della procreazione, adorata anche dagli antichi Liguri entrati in contatto e convivenza stanziale con popolazioni celtiche, oppure assimilata direttamente, sia dai Celti sia dai Liguri, dall'incontro con le popolazioni mediorientali, ed in particolare con i Fenici, attraverso il Mediterraneo. In accadico si trova, infatti, Bel con il significato di "Signore", nome comune fenicio del babilonese Marduk, e innu che significa nostro: "Bel innu" è dunque letteralmente "Nostro Signore".
Attribuito ad una divinità fallica assume per trasposizione il significato popolare di "pene".[1]
Per altri autori invece il termine è affine a "budello" o "budellino" (buelu), inteso come la parte dell'intestino crasso di taluni animali, usata per gli insaccati. L'affinità sarebbe dovuta quindi alla forma del budello.
La parola budellino (buelin, beelin) sembra da escludere sia per il valore dispregiativo sia per la non compatibile "e" lunga.

Varianti

Esistono anche le forme moderate belandi e belan (derivate da bel'àngiou = bell'angelo), così come belìscimu (=bellissimo, diffusa nel ponente) o berrettin, usate soprattutto dalle donne o in contesti in cui si voglia cancellare l'allusione sessuale del termine o in conversazione con persone con cui non si ha particolare confidenza o familiarità. In alcuni varianti locali del ligure, ad esempio nel dialetto di Riomaggiore, esiste anche la forma femminile belina.

Modi di dire

Come il corrispettivo nella lingua italiana, il sostantivo belìn crea una serie infinita di aggettivazioni, forme verbali e modi di dire:
•abelinàto (abelinòu) si dice di persona stolta o poco intelligente. Tipico proverbio genovese è: «Grande, grosso e abelinòu» (grande e grosso ma molto stupido).
•belinare (anche abelinare o abbelinare) s'intende l'atto di intontire una persona (generalmente con discorsi), oppure si riferisce dell'azione tramite la quale si inganna, si raggira.
•belinàta può essere intesa sia come cosa estremamente facile da attuare sia come azione maldestra e dannosa.
•belìno quando si vuole intendere proprio il pene.
•belìna si dice di persona inaffidabile (te propriu na belina )

•belinone (o belinon) si dice, spesso in termini affettuosi e/o parentali, di persona tonta, bonaria e facilmente raggirabile.
Belìn viene usato anche, come nell'accezione italiana, per una serie di perifrasi metaforiche:
•portâ via o belìn (genovese) significa "andarsene bruscamente"

•bàttisene o belìn (genovese), batarse o belìn (spezzino) vuol dire "fregarsene, non dare importanza"; es.: «de ti me ne battu ù belìn!»

•imbelinarsi (genovese), verbo che significa "inciampare, cadere"

•imbelinare (genovese), verbo che assume il significato di "creare confusione", o anche quello di "riporre un oggetto senza alcuna cura", praticamente buttandolo - es: «dove metto la giacca?» «imbelinala sul letto!»

•avèi o belìn inverso (genovese), avèghe o belìn 'nverso (spezzino) significa "essere in collera" o, semplicemente, "essere di malumore"
•tiâ o belìn (genovese), pigiàe pe-o belìn (spezzino) significa "sfottere, prendere in giro"

•rattaiêu da belin (rattaiêu = trappola), in riferimento ad una donna decisamente non casta

•desbelinarsi: essere più spigliato nel fare qualcosa, oppure proprio "darsi da fare"; es.: «desbelinate 'n po, figieu!» («sveglia, datti una mossa, ragazzo!»)

•a belin de can ("alla cazzo di cane"): detto di cosa mal costruita.
•affiâse o belin ("affilarsi il belino"): prepararsi a conquistare una donna.
•avèine o belin pin ("averne il belino pieno"): aver perso la pazienza.
•fâ rïe o belin ("far ridere il belino"): detto di parole o decisioni stupide.
•me gïa o belin ("mi gira il belino"): espressione indicante contrarietà o manifesta insofferenza.
Intercalare
Il termine viene usato soprattutto come intercalare durante un discorso. Se usato all'inizio della frase può servire come incipit per una domanda (es.: "Belìn, pioverà mica stamattina?"), o sottolineare una sensazione di sopresa ("Belìn, e chi se l'aspettava?"), in quest'ultimo caso la parola si può anche mettere in mezzo alla frase ("sono uscito da casa e, belin, ha iniziato a diluviare").
Usato nel mezzo di una perifrasi, serve come pausa ("Sono andato a far la spesa stamattina e, belìn, mi sono dimenticato il portafogli a casa!").
Se usato alla fine della frase può indicare decisione nell'azione descritta (es.: "Sono andato a far la spesa anche stamattina, belìn!")
Tuttavia, la parola non ha un vero e proprio senso volgare, a differenza di quanto si pensa comunemente. Può assumerlo, ovviamente, a scelta, ma come significato di base può avere il significato di "accidenti", "caspita!".

Belin nello sport

Quella che è quindi la più diffusa esclamazione in area genovese e ligure in genere (adottata tanto dal camallo quanto dal broker marittimo in giacca blu) non poteva non finire nel lessico degli sportivi e in particolare dei tifosi, da quelli di calcio del Genoa CFC, della U.C. Sampdoria, dello Spezia Calcio a quelli di pallanuoto della Pro Recco, che l'hanno riprodotta su striscioni e stendardi.

Belin nella musica

•Belin è il titolo di una canzone contenuta nell'album Paganini dei Buio Pesto.
•Nella canzone Sinàn Capudàn Pascià, Fabrizio De Andrè evoca il belìn in una metafora della sfortuna: "a sfurtûn-a a l'è 'n belin ch'ù xeua 'ngìu au cû ciû vixín" (La sfortuna è un "uccello" che vola intorno al culo più vicino).

postato da: Mauri53 alle ore 22:11 | link | commenti (12)
categorie: segnalazioni, pensieri
sabato, 15 novembre 2008

Questo gattino non lo sopporto neanche più sul Blog


postato da: Mauri53 alle ore 13:13 | link | commenti (5)
categorie:
venerdì, 14 novembre 2008

UNA DURA PIOGGIA CADRÀ



E dove sei stato, figlio mio dagli occhi azzurri?
Dove sei stato, mio caro ragazzo?
Ho inciampato sul fianco di dodici montagne brumose,
Ho camminato strisciato su sei strade tortuose
Sono andato dentro a sette cupe foreste,
Sono stato davanti a una dozzina di oceani morti,
Mi sono addentrato per diecimila miglia in una tomba,
E una dura, una dura, una dura, una dura,
Una dura pioggia cadrà.

E che cosa hai visto, figlio mio dagli occhi azzurri?
Che cosa hai visto, mio caro ragazzo?
Ho visto un neonato circondato dai lupi,
Ho visto un'autostrada di diamanti, ma non c'era nessuno,
Ho visto un ramo nero che stillava sangue,
Ho visto una scala bianca tutta coperta d'acqua,
Ho visto diecimila bocche che parlavano con le lingue spezzate,
Ho visto pistole e lame aguzze in mano a dei bambini,
E una dura, una dura, una dura, una dura,
Una dura pioggia cadrà.

E che cosa hai udito, figlio mio dagli occhi azzurri?
Che cosa hai udito, mio caro ragazzo?
Ho udito il rombo d'un tuono che ruggiva un allarme,
Il boato d'un'ondata che avrebbe sommerso il mondo intero,
Ho udito cento tamburini con le mani in fiamme,
Ho udito cento che sussurravano e nessuno che ascoltava,
Ho udito una persona morire di fame, e molti che ridevano,
Ho udito il canto di un poeta che moriva nelle fogne,
Ho udito il rumore di un clown che piangeva nel vicolo,
E una dura, una dura, una dura, una dura,
Una dura pioggia cadrà.

E chi hai incontrato, figlio mio dagli occhi azzurri?
Chi hai incontrato, mio caro ragazzo?
Ho incontrato un bambino accanto a un cavallino morto,
Un uomo bianco che portava a spasso un cane nero,
Ho incontrato una ragazza col corpo che bruciava,
Ho incontrato una bambina che mi ha dato un arcobaleno,
Ho incontrato un uomo ferito in amore,
Ho incontrato un altro uomo ferito d'odio,
E una dura, una dura, una dura, una dura
Una dura pioggia cadrà.

E che farai adesso, figlio mio dagli occhi azzurri,
Che farai adesso, mio caro ragazzo?
Me ne tornerò indietro prima che cominci a piovere,
Andrò nel profondo della più buia foresta,
Dove c'è tanta gente con le mani vuote,
Dove le pillole di veleno straripan le loro acque,
Dove la casa nella valle è come una sporca e umida prigione,
Dove il volto del boia è sempre ben nascosto,
Dove la fame è brutta, dove le anime sono dimenticate,
Dove nero è il colore, dove zero è il numero,
E lo dirò, e lo penserò, e lo affermerò, lo respirerò,
E lo rifletterò da una montagna, così che tutti lo vedano,
Poi starò sull'oceano finché non comincerò a affondare,
Ma conosco bene la mia canzone prima di cominciare a cantare,
E una dura, una dura, una dura, una dura,
Una dura pioggia cadrà.

BOB DYLAN

Ho camminato , ho visto, ho incontrato, conosco....non tutto ma molto
Mauri

postato da: Mauri53 alle ore 15:47 | link | commenti (2)
categorie: canzoni